Victor Wooten Bio
Victor è il più giovane di cinque fratelli -tutti musicisti- e ha imbracciato il suo primo basso (in effetti era una chitarra giocattolo senza due corde), alla tenera età di tre anni in quanto unico strumento mancante nella band dei “Wooten brothers”.
Nonostante sia abbastanza giovane, ha già quindi più di trent’anni di carriera sulle spalle e mette a frutto tutti quei consigli e suggerimenti dei fratelli più grandi che adesso, sulla scia del successo del “fratellino minore”, lo accompagnano nei tour e negli impegni discografici da solista.
Wooten incarna quelle doti di "funambolo" del basso che da tempo si erano un pò sopite dopo la valanga di virtuosi “freddi” delle ultime generazioni, di tutti quei “fusionari” pieni di tecnica e un pò “intellettualoidi” che hanno popolato i club di New York dalla fine degli anni ‘80 ad oggi.
Nelle sue performances ha riportato quell’aria scanzonata e meno seriosa di musicista-fenomeno in un ambito sicuramente più godibile del mondo bassistico; i suoi assolo hanno l’impatto di una granata a frammentazione, una vera raffica di mitragliatrice di note, oppure di melodie incantatrici e delicatissime, dovute ad una tecnica sviluppata per buona parte in modo originale, anche se con tutte le varie influenze manifeste: Jaco, Bootsie Collins, James Jamerson, Stanley Clarke.
Un vero e proprio acrobata del basso anche in senso fisico (ad un suo concerto durante un solo ha lanciato il basso verso le prime file –ovvero me- riprendendolo per la cinta: terrore assicurato!), Wooten sa benissimo, da vero showman, quando scatenare il pubblico o farlo azzittire per gustare dei passaggi più morbidi, senza mai strafare dove non è il caso e senza abusare della tecnica soprattutto quando collabora con altri musicisti.

E’ infatti perfettamente a suo agio in quella band che lo ha lanciato e con cui suona attualmente da diversi anni; è stato infatti scoperto per caso insieme al fratello Futurman (batterista-che-suona-su-una-Sintaxe-triggerata sic!), dal quel funambolo del banjo, Bela Fleck, che ha fondato cosi i Flecktones, una band sopra le righe dove il virtuosismo si nasconde tra le maglie di buona musica non destinata solo agli addetti ai lavori.
Sono consigliabili tutti i cd prodotti con Bela Fleck & the Flecktones, imperdibili quelli dal vivo come “Live Art” e le esibizioni disponibili su dvd: essere stato a cinque dei loro concerti in Italia e negli Usa fa parte del mio bagaglio personale d’eventi musicali da raccontare ai posteri!
La carriera solista vede all’attivo un doppio cd “A show of hands” di solo basso, un doppio cd “Yin & Yang” comprendente un cd di brani strumentali e un cd di brani cantati, e un doppio cd dal vivo “Live in America”, oltre a svariate collaborazioni con vari artisti.
Sul piano didattico/live ci sono vari video interessanti tra i quali “Super bass solo techinque”, “Bass Extremes” con Victor Bailey, “Making Music” con Carter Beauford e poi le esibizioni “Live at Bass day ‘98” e il “Drummers Collective-Bass Day 2002”.
Sono tutte esibizioni da non perdere anche se veramente poco efficaci sul piano didattico: Wooten può infatti essere preso come spunto per fare meglio, un’iniezione di forza ed energia positiva per esplorare i limiti dello strumento e per dimostrare che nulla è impossibile, ma certamente molto difficile da “imitare”... del resto ha un vantaggio di trent’anni sugli inseguitori!
Come persona ammiro la sua forte determinazione legata ad una filosofia di vita in pace con la natura e con il mondo, persona di principi morali e religiosi derivanti sicuramente dalla sua famiglia, e che trasferisce agli altri nella sua disponibilità e semplicità, da vero “fratello maggiore”.
Per quanto riguarda la clinic (vedi più avanti il resoconto completo a cura di Marco Cocconi), ha dimostrato ancora una volta come il basso possa essere veramente uno strumento solista, che al massimo ha bisogno di una piccola loop machine con la quale costruire le parti ed interagire; per la ritmica poi non c’è sicuramente problema, in quanto la costruisce lui e ci suona anche sopra! certo, alcune delle performances le avevo già ascoltate su cd o viste in dvd, ma c’è ancora tempo per capire al massimo un altro dieci per cento di quello che contenevano!
l’intervista
AM - Sei il più giovane di cinque fratelli tutti grandi musicisti; ognuno di voi e te in particolare per il basso, Futurman per la batteria e Regi per la chitarra, in qualche modo avete spinto il proprio strumento verso limiti estremi, ancora inesplorati; è questa la chiave per il successo: mani, cuore ma anche cervello?
VW – penso ci siano molte vie per il successo; puoi avere successo avendo un grande “cuore” e niente tecnica; puoi avere successo con molta tecnica e niente cuore; non penso che ci sia una sola strada; puoi avere tutte le qualità e non avere successo, a questo punto devi chiederti cosa è il successo! Molta gente crede che avere successo significhi diventare famoso e se questo è il tuo obiettivo va bene; per me il successo è raggiungere gli obiettivi che mi sono posto, e il mio obiettivo non è diventare famoso o popolare, se accade è un effetto “collaterale” del raggiungimento dei miei obiettivi, del musicista che voglio essere e che costantemente sono alla ricerca di raggiungere.
Se la gente lo apprezza ne sono felice, se lo disprezza va bene lo stesso, non me ne faccio un problema.
AM – sei uscito alla ribalta con l’apparizione al famoso show televisivo “The Lonesome Pine Special” con i neonati Flecktones di Bela Fleck, in un ruolo tagliato apposta per te: rompere le regole con qualcosa di veramente innovativo sulla scena musicale.
Quanto è importante trovare i musicisti giusti per esprimerti al meglio?
VW – è molto importante perchè il musicista giusto ti fa realizzare chi sei musicalmente, e ti può aiutare a diventare il musicista che vorresti essere, e questo è difficile se non hai i musicisti adatti intorno, ma se hai un carattere forte e un idea forte di chi sei veramente, puoi suonare con chiunque.
AM – con i Flecktones suonate musica complessa con tempi dispari, cambi di ritmo, assolo, ma il vostro pubblico non è composto solo da musicisti in cerca di “licks”, avete invece un vasto pubblico composto da moltissimi giovani: qual è la ricetta dei Flecktones?
VW – si, facciamo musica “complessa” ma la mixiamo con musica semplice da ascoltare, alcune canzoni non sono per nulla “difficili”, in questo modo allarghiamo il nostro pubblico che è composto anche da chi ama il jazz e la musica “complessa”.
Generalmente in mezzo ad una parte complessa mettiamo sempre qualcosa di più semplice alla quale l’ascoltatore medio può agganciarsi meglio nell’ascolto e ci teniamo molto a questo, in modo che tutti possano sentire la nostra musica; oltre a ciò bisogna dire che molti musicisti che suonano jazz, cercano in tutti i modi di suonare in maniera complessa, noi vogliamo fare soltanto musica e qualche volta può uscire fuori complessa, ma non è il nostro obiettivo principale che è invece quello di far uscire il nostro “cuore” e la gente capisce questo impegno e per questo apprezza i Flecktones.
AM – nel tuo primo cd solista “A show of hands” hai messo il basso davanti a tutto e senza altri strumenti intorno, per dimostrare che può essere veramente uno strumento solista; nel secondo doppio cd “Ying & Yang” c’è invece il tuo passato e il tuo presente, quale sarà il futuro di Victor Wooten, il tuo prossimo cd?
VW – non so ancora quale sarà il mio prossimo cd, attualmente sto registrando tre cd: uno è con la band W3W ovvero me, mio fratello Regi alla chitarra, mio fratello Joseph alle tastiere con cui suoniamo brani strumentali; un altro cd è di musica fusion con Mike Stern e poi Dennis Chambers, Will Kennedy e J.D. Blair alla batteria; c’è un altro cd invece con molto cantato e molti cantanti ospiti come quello degli Arrested Development; sono canzoni che possono essere mandate alla radio ma anche canzoni “progressive”: una di queste è molto funky anche se il tempo è in 11/8! è musica pop con una venatura di complessità maggiore.
AM – ho visto sul tuo sito www.victorwooten.com che hai partecipato a un tribute cd per Jaco Pastorius dove suoni le sue parti improvvisando però con il tuo stile!
VW – si, sono stato felicissimo di poter far parte di quel progetto!
AM – come sai Megabass è una rivista totalmente on-line, a questo proposito che ne pensi della musica su internet, del fatto che può essere di aiuto per esempio nel produrre e distribuire etichette indipendenti o addirittura il singolo musicista, ma anche far perdere guadagni alle case discografiche?
VW – penso che l’artista non è destinato a fare molti soldi comunque, cosa che accade invece solo per la casa discografica; purtroppo queste non trattano bene i musicisti, è l’unico settore del commercio dove crei qualcosa ma non lo possiedi tu, ma la casa discografica! Tu componi, scrivi del materiale ma solo la parte minore del guadagno va a te!
Le case discografiche hanno bisogno di avere delle “hits” e questo andrebbe cambiato perché non è costruito sulla verità, è solo un modo comodo che è andato avanti finora.
Ultimamente le labels stanno andando al tappeto per via di internet, ma non so se la musica gratis è la risposta giusta, probabilmente è il modo per arrivare a una risposta giusta, perché attualmente non va bene come stanno le cose: molti grandi artisti non prenderanno soldi dal loro lavoro.
AM – il più delle volte al bassista è richiesto solo di tenere il tempo: niente assolo o cose complicate; quali sono i tuoi consigli per tenere sempre fresco quest’approccio più “riservato” al basso?
VW – penso che il primo compito del bassista sia quello di tirar fuori una linea solida di basso con groove e tempo preciso; noi siamo lì per supportare gli altri musicisti, farli apparire al meglio; noi stiamo nell’ombra ma hanno bisogno di noi, esattamente come fa un genitore per il figlio: lo fa crescere e questo è il primo compito del basso.
Molti giovani bassisti dimenticano ciò, vedono me, Manring, fare un sacco di licks e vogliono imparare prima quelli, ma che non sono la sostanza del basso; devi avere prima un sacco di groove, sentimento, cuore solo allora potrai aggiungere un pochino di licks per dare colore all’esecuzione.
È come per il suono della cassa: deve avere molto corpo con sopra un leggero accenno di toni alti.
Come Jaco per esempio: suonava tantissime note ma con quanto groove!
AM – Pensi che sia meglio suonare il più possibile o selezionare le situazioni musicali che si presentano nella carriera di un musicista?
VW – Specialmente all’inizio bisogna suonare tutto! Perché se suoni solo le cose che ti piacciono, stai perdendo la metà delle cose che potresti imparare e s’impara di più in situazioni che vanno male o che non ti piacciono. Se per esempio sto suonando e il mio ampli non suona bene, significa che devo suonare meglio in modo che la gente non si metta a guardare il mio ampli! Qualsiasi cosa vada storta devo far uscire la musica al meglio e se va sempre bene non imparerò mai a fare questo! Per essere completi bisogna che le cose vadano bene ma qualche volta anche male!
AM – Hai all’attivo diversi video didattici soprattutto dedicati alla parte solista del tuo stile. Cosa prendi della tua esperienza musicale per costruire un assolo in un brano?
VW – Io suggerisco ai bassisti di far uscire prevalentemente l’assolo dal groove, in effetti molti cercano di imitare gli assoli di un sassofonista o un chitarrista ma noi non potremo mai esserne all’altezza. Il nostro miglior amico è il groove, cosa che non può avere né il sassofonista né il chitarrista, bisogna quindi partire dal groove in su e non dalla tecnica in giù e molti bassisti questo non lo sanno!
AM – Si fa generalmente molta attenzione nella scelta dello strumento ma poi ci si dimentica di settarlo al meglio, è importante per te scegliere la migliore combinazione di corde e action per un setup ottimale?
VW – Il setup è secondario, lo strumento è secondario! lo strumento da sé non fa musica, non suona; la musica viene da te, da me. il basso è solo un mezzo. come quando parli: la tua bocca è lo strumento, ma prima di parlare non devo affilare i denti, impostare bene le labbra e così via, parlo e basta! perché so che tutto ciò che uso per parlare non è parlare, quello viene da cosa ho dentro. e se quindi il mezzo per esprimermi funziona, non ci faccio più neanche caso.
Quando ho imparato a suonare possedevo un basso molto scadente ma non importava perché mi permetteva di fare musica.
Quando cerco uno strumento voglio che mi faccia sentire a mio agio in modo che mi possa dimenticare di averlo addosso a prescindere che sia costoso o economico.
Quello che posso consigliare è che ognuno cerchi lo strumento che sia adatto a sé, perché un buon strumento non deve essere necessariamente costoso; Jaco non ha mai avuto strumenti costosi!
Quando ho preso il mio primo Fodera non era uno strumento costoso, semplicemente mi andava bene! adesso è diventato costoso... e comunque non devi avere un basso Fodera per suonare bene!
AM – tu suoni bene lo stesso anche su un basso scadentissimo!
VW – esatto! lo strumento è come un vestito: personalmente non mi sento a mio agio in giacca e cravatta, ma in jeans e felpa e questi sono i vestiti che compro per sentirmi a posto, comodo.
Quindi cercate uno strumento “comodo” e imparate a metterlo a punto da voi, prendete una cassa che funzioni come dite voi in modo da non doverci pensare più e potervi concentrare sulla musica rilassandovi completamente.
AM – in effetti molti bassisti pensano che avere bassi mostruosi, o pieni di corde significhi poter suonare di più!
VW – perché è ciò che gli hanno raccontato! e quello che ti dico io nessuno te lo dirà mai, ma è la realtà! quando scegliete uno strumento dimenticate prezzo, marca, pubblicità, scegliete quello che vi faccia suonare confortevoli.
AM – Tuo fratello maggiore Regi ti ha insegnato la tecnica del “picking thumb” (il modo di suonare del pollice a mò di plettro ndr), hai poi “rubato” anche un pò dalla tecnica del “roll” di banjo da Bela Fleck...
VW – per Bela sì e no, perché già avevo affinato la tecnica prima di incontrarlo, con lui ho realizzato che i banjoisti usano le stesse tre dita (pollice, indice e medio ndr), così gli ho dato il mo basso dicendogli: “suonalo come un banjo”, così ho potuto imparare molte altre cose!
AM – tecnicamente hai portato la mano destra allo stesso livello della sinistra facendola diventare protagonista: pensi che sia questa la tua “firma” nel suonare il basso?
VW – non lo so, faccio quello di cui avevo bisogno per esprimermi e produrre quel suono che volevo avere; non potevo suonare le cose che avevo in testa solo con indice e medio, avevo bisogno di un nuovo modo; e quando Regi mi ha fatto usare il pollice come un plettro, ho capito che sarebbe diventata la chiave per ottenere quello che volevo.
AM – quindi stavi già cercando una nuova strada...
VW – si, io amo il suono della batteria, la potenza di un fill o di un solo di batteria e volevo che il mio basso avesse quell’attacco e quella potenza! con il solo pollice avevo la potenza ma non la velocità di Billy Cobham!
Quando ho realizzato che unendo al su e giù del pollice anche la tecnica del pizzicato con la destra e dell’hammer-on con la sinistra, avrei potuto fare un sacco di note con tutte le dita, come un pianista, ho cominciato a lavorarci sopra.
AM – un problema per i bassisti è il peso dell’amplificatore soprattutto per chi deve caricare e scaricare spesso l’attrezzatura senza roadie! qual’è la tua scelta di ampli per suonare nei locali senza spezzarti la schiena?
VW – dipende dalle dimensioni del locale e se hai o no dei buoni monitors...
AM – quindi il basso lo metti anche nei monitors oltre ad averlo dalla tua cassa?
VW – se ne ho bisogno si, a volte posso usare una piccola cassa con due coni da 10” o quattro da 10” con tweeter e usare i monitors davanti a me per rinforzare il suono.
In generale devo avere quel livello sonoro che non mi faccia sforzare per capire cosa sto suonando, quindi scelgo l’ampli in base alle dimensioni del posto.
AM – ti ho visto infatti spesso con amplificazione ridotta, senza “muri di casse” dietro di te!
VW – ancora una volta scelgo in base a quello che mi rende più confortevole, quando uso casse piccole semplicemente devo suonarci più vicino.
AM – sei anche un insegnante molto seguito ed essendo un musicista così ammirato ed emulato hai una notevole responsabilità sui giovani bassisti: su cosa ti soffermi di più quando insegni?
VW – cerco di far capire l’importanza del groove, che è la cosa fondamentale per una band; molti mettono al primo posto la teoria e va benissimo, altri la tecnica e va bene lo stesso, ma come bassista la gente non vuole suonare con te perchè conosci la teoria o hai una buona tecnica, ma se hai il groove dentro e questo aspetto fondamentale non lo insegna nessuno! teoria, armonia, tecnica, viene tutto dopo, prima di tutto: groove, groove, groove!
Ho diversi esercizi fatti apposta per questo, per esempio: con una drum machine crea un pattern di 4 battute in 4/4 e suonaci sopra un riff a un tempo confortevole; poi crea un pattern identico ma con 3 battute suonate e l’ultima di silenzio in modo da poterci suonare da solo senza accelerare o rallentare.
Poi crea un altro pattern con la prima e terza battuta di ritmo e la seconda e quarta di silenzio.
Infine fai solo la prima battuta di batteria e le restanti tre di silenzio... vedrai che alla fine il groove verrà fuori!
La chiave per essere un bassista completo è avere un groove solido cui aggiungere una spruzzatina di licks sopra!
AM – come ultima domanda volevo parlare della tua incredibile famiglia e del suo ruolo che ha avuto nella tua carriera.
In questo senso sei stato molto fortunato, ma per molti seguire la carriera musicale significa andare contro i genitori perché pensano che la musica non sia un impiego “sicuro”, e di conseguenza significa anche non potersi permettere scuole di musica quasi sempre private e costose.
Cosa puoi dire a questi ragazzi e a questi genitori?
VW – Anch’io sono padre e posso dire: genitori siate di supporto ed aiuto ai vostri figli e la stessa cosa facciano i figli con i genitori.
Si può rovinare la vita ad un figlio costringendolo a fare ciò che il genitore voleva essere, al contrario si può aiutare il figlio ad esprimersi secondo la sua attitudine specifica.
A proposito di ciò è importante capire quale sia il processo per imparare a suonare.
La musica è un linguaggio e si impara così come si impara a parlare: per esempio l’italiano si impara da piccoli con i genitori, quando ancora non vanno a scuola, senza pensare alla grammatica, iniziando a imparare il vocabolario, poi verranno le prime frasi, infine la grammatica; successivamente a scuola si perfezionerà, imparando e applicando tutte le regole.
Così è la musica, si comincia con le cose più semplici ed elementari per poi passare a quelle più complesse, e ogni volta che avrete un quesito sul processo di apprendimento musicale, basta ricondurlo a quello con il quale avete appreso l’italiano: vedrete che la risposta sarà semplice ma sempre efficace!
Prima di salutare Vic e farlo andare ad esibirsi, gli mostro con orgoglio il mio basso fattomi costruire da Filippo Avignonesi, lui ci mette sopra le sue manine... et voilà! Wooten all’ennesima potenza in anteprima personale! poi sorride quando si accorge del fermacapelli al capotasto, idea rubatagli anni fa per fare il tapping e non far risuonare le corde...
Ringraziamenti
Volevo ringraziare di cuore tutti coloro che, con la loro disponibilità, hanno permesso di poter effettuare questa intervista e riprendere la clinic, ovvero: il negozio MusicalBox di Verona nella persona di Giambattista Zerpelloni (francamente il posto con più finali e casse per basso esposte e da provare in Italia!), Nick Epifani che ha sponsorizzato l’evento e che ha fatto apprezzare le sue casse e finali tramite le mani esperte di Wooten insieme alle corde Cocco montate sui suoi bassi, nonché lo staff di Megabass e in particolare Max Del Genio per le telefonate “cruciali”!
Andrea Moneta
La Clinic (di Marco Cocconi)

Assistere da vicino ad una clinic di un grande musicista è per me una esperienza sempre interessante, soprattutto perché in contesti come questi si ha la possibilità di ascoltare il suono reale di questi fuoriclasse così come esce dalle loro dita, dal loro basso e dal loro amplificatore: niente trucchi!!!
Victor ha suonato a Bollate due sere prima in una grande sala colma di fans e con un rimbombo molto fastidioso, mentre a Verona il palchetto era all’aperto ed io mi sono seduto in prima fila, situazione ottimale di visione ed ascolto.
Premesso che ho trovato la performance di Milano musicalmente un po’ più ricca ed ispirata rispetto a quella di Verona, devo dire che comunque il nostro “prestigiatore” ha saputo giocare le carte giuste lasciandoci tutti senza fiato.
Credevo di risentire la stessa “scaletta” di due sere prima, mentre invece Vic ha improvvisato molto e, salvo alcuni suoi “classici” di rito, le due performances sono state fortunatamente per me piuttosto diverse. Non mi addentrerò in spiegazioni tecniche (il materiale didattico pubblicato è più che esauriente), ma mi limiterò a ricordare il divertimento provato durante la performance.
Ad occhi chiusi (forse anche a causa del sole in fronte), Victor ha suonato per circa un’ora e mezza, esibendo una sovrumana tecnica fatta di slap, armonici, tapping e rumori percussivi di ogni tipo, spesso con l’ausilio di un sampler con cui ha costruito intricati intrecci armonico/ritmici. Non sono mancati alcuni piccoli errori ed imperfezioni nell’esecuzione, dettagli che hanno contribuito a restituircelo in una dimensione più umana piuttosto che di infallibile “macchina da guerra”.
Va detto, Wooten ha un approccio tecnico-virtuosistico così massiccio che rischia di distrarre un po’ dal contenuto musicale vero e proprio (peraltro difficile da ottenere in una breve e solitaria clinic dimostrativa); solitamente valuto con diffidenza chi indugia in questo tipo di “eccessi”, ma stavolta il mio coinvolgimento è stato inevitabile e totalmente spontaneo. Victor supera la prova perché è sì un beffardo giocoliere, ma indubbiamente anche un musicista di grandissimo valore che sa trarre ispirazione da qualsiasi cosa lo circondi tramutandola in qualcosa che suona veramente.
Un esempio: sono letteralmente impazzito per la precisione, il suono ed il feeling di un suo groove (a prescindere dalla velocità e dal numero di note prodotte); c’è stato un momento in cui credevo fosse il sampler a suonare, il tempo era perfetto, il balance e l’energia erano incredibili, avrei ascoltato per ore quel funky riff senza stancarmi.
A differenza di altri, Wooten rielabora la lezione di Stanley, Jaco e Larry Graham, producendo qualcosa che, seppur riconoscibile, va oltre la semplice citazione o imitazione, dimostrando in modo inequivocabile un linguaggio personale e creativo.
Interrogato da noi “poveri mortali”, ha risposto in maniera gentile ribadendo la similitudine tra linguaggio parlato e linguaggio musicale, che andrebbero a suo parere affrontati con simile approccio.
Per concludere vorrei dire che, a mio parere, tra tanti virtuosi, imitatori ed esagerati dimostratori, il nostro Vic esce a testa alta, perché il suo grande talento è così spontaneo e sincero che non puoi fare a meno di sorridere e di muoverti al ritmo delle sue spericolate acrobazie (che comunque sono sempre ricche di grande musica). E alla fine il suo messaggio regge, perché coinvolge corpo e mente dell’ascoltatore, comunicandogli gioia e grande divertimento: e cos’è l’esperienza musicale senza questi ingredienti?